ANCORA LA NOTTE
 
 
 
 

    Della testa ai piedi, l'uomo solo nella steppa era soltanto sangue. Correva - peli attaccati, irrigiditi in ciuffi spessi appiciosi, tratti stanchi sotto lo strato nerastro di linfa essiccata, abiti impregnati di liquore rosso -, unico superstite di una vicina tragedia, di un cieco massacro godimento dei corvi. Il guerriero odeggiava di tutto questo sangue avendo condotto un combattimento senza grazie. I colpi più selvaggi vi erano stati portati; i vinti, sterminati senza ricorso. Ora solo le lepri, corrono dinanzi a lui, come lui, vedevano il suo dolore, la sua vergogna.
    Non fuggiva. Avanzava a ferme falcate, ogni forza bendata, che si rifiuta ogni dilazione o riposo. Una sola preoccupazione lo spingeva: incontrarli, prima che i suoi assalitori siano troppo lontani con il loro bottino, una parte dei suoi. A fondo, se lo era giurato, non cesserebbe di correre.
    Doveva incrociarli prima della notte. Passato questo termine, I maledeti Muti avrebbero preso troppo campo. Speranza nulla allora di recuperarli. A questo passo, potrebbe tenere il suo giuramento. Non si crollerebbe, falciato dalla stanchezza, che lascia il nemico prendere un'aggiunta in anticipo. Ogni falcata lo avvicinava alla vengeance. La minima pausa era un sacrilègio.
    Correva, con il cuore riempito di vergogna e di collera, il corpo sporco di sangue. Se avesse potuto colare della gola dei suoi vincitori! Realtà crudele! Questa linfa di vita fuggiva era un acido. Attraversando la sua pelle, esso lo corrodere, gli bruciava il cuore. Doveva trovarli e lavarsene nel loro. Se no, risentirà questo morso, per sempre ("Ancora uno sforzo, li tengono sono molto vicino. Corre, corre, come se la ta vita ne dipendesse! ... Ne dipende. La vita di che non ha vendicato i suoi non merita più questo nome. ")
    Il combattimento risuonava, viveva nella sua testa. Vi vivrebbe, al minimo dettaglio, sempre. Ritornavano da un'incursione che non avrebbe mai dimenticato. Era la sua prima. Il bottino ne era stato copioso. Non vi mancavano né prigionieri ancora scontrosi (che essi ne approfittano! La schiavitù può romperli), né cavalli agili, né grassi bovini... senza dimenticare le pelli, i viveri, i gioielli, il sale, e soprattutto i loro idoli, statuette grezze e tarlate. Non era una presa delle più preziose. Estirpare l'alta lotta dei fedeli pronti a morire per esso, questi trofei dimostravano il loro coraggi. Se ne adatterebbero le virtù... E gli uomini sacrificano la loro ira saprebbero, andare al di ala, della loro sconfitta. Ne sarebbero grato ai loro vendicatori. Li informerebbero di qualsiasi pericolo scivolandosi nei loro sogni.
    La sua tribù si sentiva al riparo. Il suo bottino era abbondante, il cuore dei suoi guerrieri sereno. Il loro avanzare lento, donne e bambini alla resistenza, loro non pesavano affatto. I dei li avevano favoriti. Perché li respingerebbero improvvisamente? Aveva per loro un rispetto profondo. Sarebbe bello vedere che uno di loro osasse non rispondere. Pagherebbe la sua ingratitudine. Nessuno lui non sacrificherebbe più. Il fuoco si estinguerebbe su suoi altari... Ritornerebbe rapidamente a migliori sensazioni!
    Arrivavano molto vicino di un piccolo legno. A ciò che pensavano, allora, i suoi fratelli? Lui - ultima memoria piacevole - ad una giovana prigioniera, bella come luna, sporca come scrofa. La chiederebbe in occasione della divisione. Ne aveva fatto abbastanza, alla sua prima incursione, vedersela accordata. Nessuno contesta ad un lavoratore audace un'esigenza ragionevole. Depilata, lavata, unta illuminerebbe il suo letto.
    Improvvisamente, un'urlo era echeggiato.
    I nemici, in imboscata, avevano atteso la loro ora. Il clan era troppo impegnato nell'ambito dei compromessi. Non poteva manovrare. Sessi si lanciarono, in un concerto discordante di grida e di imprecazioni. I loro arcierici lo crivellavano di frecce, di queste frecce spinate, alla estremità spigolose, che si ritira soltanto al prezzo della propria carne. Altri lanciavano i loro giavellotti, a punta spinata come le sete, e così perfidi. Il resto si precipitava, con pioli o il breve pugnale di silice alla mano. I pioli frugavano le carni. Il silice lanciato lacérava. Da rosa, il futuro era stato realizzato rosso e nero. Aveva afferrato la sua arma; si era gettato contro il nemico al centro ardente del combattimento.
    Era-questa l'intossicazione del sangue, questa furia che lo aveva invaso? Quale nome dare al turbinio al quale si era consegnato? Aveva colpito. La sua lama aveva frugato ventri ostili, troncato delle gole forzate ad offrirsi dalla sua collera omicida. Uccidere, uccidere, uccidere! Questo grido risuonava nella sua testa... Se dovesse tacersi soltanto alla morte dell'ultimo?
    ... E tutto era diventato nero.
    Si era svegliato... più tardi. Era sempre la stessa notte, zebrata di scarlatto. Un silenzio orribile regnava, appena rotto dalle grida dei corvi. Aveva tentato di muoversi. Se i suoi muscoli rispondessero, una gravità da proibirgli di azionarsi mai schiacciava le sue spalle.
    Aveva finito per liberarsi una braccio. Metà spingendo, metà traendo, si era aperto un'apertura. Agitava la sua mano. Il vento soffiava sopra. Doveva meglio allontanarsi, aprire di più le sue palpebre attaccate.
    La memoria confusa le ritornava, per pezzetti leggere, sfilacciate come le piccole nuvole di bel tempo, di un fatto importante, grave, tragico. Certamente vi aveva preso parte. Perché era questo così sfocato, così tenue? Perché la sua memoria restava calcinata, prigioniera, come lui di questo mucchio di corpi sanguinanti?
    Questi corpi! Le questioni erano inutili. Aveva finito per aprire gli occhi. Bene a torto. Tale carneficina! Iniziò a liberarsi dai cadaveri dove era restato - a lungo? - sepellito. Vi vedeva infine chiaramente. Con alcuni movimenti, uscì dal mucchio di cadaveri dei suoi ed anche, grazie ai dei! dei loro nemici.
    Verticalmente, esaminava i cadaveri. Guerrieri, vecchi, donne, bambini, nemici, formavano un mucchio. Come non era stato soffocato? Respirò un grande colpo. Era ferito? La sua pelle! Sangue rosso! Era stato spellato vivo! Ma non considerava alcun dolore... Era soltanto del sangue diffuso. Era stato così poco spellato che gli avevano lasciato i propri abiti. Palpa. I muti, alla dichiarazione dei vecchi custodi delle tradizioni, mutilano le loro vittime. Tagliano loro gli orecchi - se ne fanno trofei - e la virilità - così diminuiti, non oseranno venire a richiedere vendetta presso i dei. Al massimo, li spogliano e li spogliano. Ecco che era intatto, almeno intero. Si accarezza il tempio. La sua carne era a vivo! Gli avevano strappato l'orecchio! Che equivoco. Questa ferita era soltanto la traccia del colpo che lo aveva steso a terra, rigida come un bastone, lasciandolo ancora sbalordito.
    Continuò a toccarsi. Non aveva nulla di grave. Come, alla differenza dei suoi, - lui aveva potuto essere salvato? Ferita benvenuta! Lasciandolo per morto, gli aveva salvato la vita.
    Ritornò al mucchio di cadaveri che lo aveva protetto. Al momento dell'attacco finale, si erano raccolti, facendo l'ultimo quadrato attorno a lui. Gli erano caduti sopra, mascherandolo alla furia distruttiva del nemico. Questi maledeti, nella loro rapidità, non avevano preso il tempo di tornarli per accaparrarsi di tutti i loro beni. Avevano rimediato tutt'al più stretto, attardandosi a spogliare e mutilare soltanto meglio vesti di coloro che sembravano comandare. Ne avrebbe avuto lo svago che, dinanzi al suo aspetto, vi avrebbero rinunciato. Il suo rivestimento misero era indegno di un bottino; i suoi orecchi, orlati come quelle di una donna, non più degni di apparire fra i trofei. Il contenuto dei carrelli e gli ornamenti presi sui capi, soltanto, giustificavano i rischi di quest'attacco lontano dalle loro basi. Non si attarderebbero per una vecchia pelle piena di sangue ed il piccolo piacere dell'orecchino di un bambino. Partirebbero rapidamente, prendendo soltanto il tempo di onorare i loro morti.
    Cadde in ginocchio. Il messaggio dei dei era chiaro. Lo avevano lasciato vivere per lavare l'affronto. Essi, gli avevano ordinato. Lui obbedirebbe. All'instante.
    Si tese, osservò le tracce. Quelle dei carrelli erano profonde. Nessun rischio, eccetto pioggia violenta e prolungata, per perderli. Aumentò lo sguardo verso il sole. Era stato svanito tre dei suoi passi. Fiutò gli sterci ancora calde lasciate dai buoi le tracce. Gli ultimi massacratori erano partiti da tre, o quattro, per volta ad intervalli meno lunghi.
    Lui aveva verificato una moltitudine di altri dettagli, si era egli stesso assicurato del loro numero e del loro camino. Le lezioni apprese, fin dal suo premio infanzia, degli uomini d'età e di sapere, avevano affluito. Avevano messo il loro ultimo orgoglio, impiegando le loro ultime forze, per trasmetterlo e formare la gioventù avida di uguagliarle. I loro sforzi non sarebbero stati inutili. Tutti ne avevano approfittato...
    Si era messo a correre. Dove dirigeva i suoi passi là troverebbe un clan di guerrieri della sua razza. Gli farebbe il resoconto della sua disgrazia. Gli chiederebbe vendetta. Purché sia potente e ricco in uomini forti e coraggiosi! I suoi assalitori avevano avuto perdite pesanti. Le loro file contavano di numerosi feriti. Non importa! Gli occorreva la migliore truppa. Non andava a condurre un'incursione. Andava fare pagare il prezzo del sangue.
    Correva. Il sole era sempre più basso, le ombre sempre più lunghe. Correva. Presto era notte - dove nullo non si rischia... potenze ostili vi vagano; dove la vita, come gli uomini, è addormentata - verrebbe. I muscoli delle sue gambe non erano soltanto dolore; il suo soffio, uno braciere inaridito. Correva. Correrebbe fino ad incontrare i fratelli, ed intendere il loro giuramento di vendicare i suoi. Dopo ci sarebbe tempo di pensare alla sofferenza... Dopo.
    La pioggia, battante, circoscritta, tanto più forte di quanto spruzzava soltanto una debole superficie, venne a rinfrescarle la gola. Corrodeva il sangue essiccato sul suo viso, lavò i difetti dove si era screpolato; le isole nerastre che lasciò sulla sua pelle bronzata gli fecero una maschera ancora più sinistra. Quest'acquazzone era un aiuto dei dei. Respirava meglio. La sua corsa riprese un ardore nuovo. Nonostante caduta dalla notte, continuerebbe, libero di affrontare le forze cattive... Il bello affare! Occuparsi di demoni pietosi, quando lo attendeva il vengeance!
    Correre, correre ancora, correre a morirne. La notte era caduta almeno ad un passo dalla Lucentezza. Di ciò che disperare. I dei, tuttavia, desideravano che il suo clan sia vendicato. Aveva compreso. Lo volevano lui anche. Avrebbe soltanto il tempo di mettere i suoi sul tracciato di suoi assalitori... Se fosse il loro prezzo!
    Nascosti fino allora da una piccola rimozione di terra, fuochi apparirono da lontano. Lo avevano esaudito. Aveva trovato un campo... del suo popolo, lo occorreva! Si diresse verso loro.
    Improvvisamente, cortecce echeggiarono. Molossi ruggivano su lui, mandibole tutto da strappare. La pioggia che batte poteva avere lavato il suo viso, sembrava un pezzo di carne. Andavano a divorarlo. Un ordine echeggia. Si miserano accosciati. Lui si gridò non di muoversi più.
    Riconobbe le parole. Era arrivato. Tutto andava bene. I dei potevano prenderlo.
    Ma che lo lasciano, prima, consegnare il suo messaggio!


 
 
 
 
 

                                          ENCORE LA NUIT
 
 
 
 

De la tête aux pieds, l’homme seul dans la steppe n’était que sang. Il courait – cheveux collés, raidis en épaisses touffes poisseuses, visage tiré sous la couche noirâtre de sève séchée, vêtements imprégnés de la rouge liqueur –, unique rescapé d’une proche tragédie, d’un aveugle massacre régal des corbeaux. Le guerrier ondoyé de tout ce sang avait mené un combat sans merci. Les coups les plus féroces y avaient été portés ; le parti vaincu, exterminé sans recours. Maintenant seuls les lièvres, détalant devant lui, comme lui, voyaient sa douleur, sa honte.
     Il ne fuyait pas. Il avançait à fermes foulées, toutes forces bandées, se refusant tout répit ou repos. Un seul souci le poussait : rencontrer, avant que ses assaillants ne soient trop loin avec leur butin, un parti des siens. Jusque là, il se l’était juré, il ne cesserait de courir.
     Il devait le croiser avant la nuit. Passé ce délai, les Muets maudits auraient pris trop de champ. Nul espoir alors de les rattraper. À cette allure, il pourrait tenir son serment. Il ne s’écroulerait pas, fauché par la fatigue, laissant l’ennemi prendre un surcroît d’avance. Chacune de ses foulées le menait vers la vengeance. La moindre pause était sacrilège.
     Il courait, cœur empli de honte et de colère, corps souillé de sang. S’il avait pu couler de la gorge de ses vainqueurs ! Cruelle réalité ! Cette sève de vie enfuie était un acide qui, traversant sa peau, venait lui ronger, lui brûler l’âme. Pour s’en laver, il devrait les retrouver et se baigner dans celui du dernier de leur troupe, sous peine de ressentir cette morsure à jamais. (« Encore un effort, les tiens sont tout près. Cours, cours, comme si ta vie en dépendait !... Elle en dépend. La vie de qui n’a vengé les siens ne mérite plus ce nom. »)
    Le combat résonnait dans sa tête, y vivait. Y vivrait, au moindre détail, à jamais. Ils revenaient d’un raid – le premier où il avait obtenu, enfin, de combattre – au plantureux butin. N’y manquaient ni captifs encore farouches (Qu'ils en profitent ! La servitude saurait les briser.), ni chevaux agiles, ni gras bovins... sans oublier les peaux, les vivres, les bijoux, le sel, et surtout leurs idoles, statuettes grossières et vermoulues. Il n’était prise plus prisée. Arrachés de haute lutte à des fidèles prêts à mourir pour eux, ces trophées, dont ils s'appropriaient les vertus, témoignaient de leur vaillance... Et si les mauvais leur avaient immolé des hommes, ils leur en sauraient gré. Ils avertiraient leurs vengeurs de tout péril en se glissant dans leurs songes.

     Le petit groupe se sentait à l’abri. Son butin était abondant, l’âme de ses guerriers sereine. Leur lente avance, femmes et enfants à la traîne, ne leur pesait guère. Les dieux les avaient favorisés. Pourquoi changeraient-ils soudain d’avis ? La tribu avait pour eux un profond respect. Il ferait beau voir que l'un d'eux osât n’y répondre. Il paierait son ingratitude. Le feu cesserait de brûler sur ses autels. Nul ne lui sacrifierait plus. Il aurait tôt fait de revenir à de meilleurs sentiments !
     Ils arrivaient tout près d’un petit bois. À quoi pensaient, alors, ses frères ? Il voulait – dernier souvenir agréable – demander à son chef de lui réserver dans le partage une jeune captive, belle comme lune, sale comme truie. Il en avait fait assez, à l’occasion de sa première campagne, pour se la voir accordée. Nul ne conteste à un hardi compagnon une exigence raisonnable. Épouillée, lavée, l’adolescente au corps déjà si épanoui serait de bien plaisante compagnie.
     Soudain, un hurlement avait retenti.
     Les ennemis, en embuscade, avaient attendu leur moment. Le clan était trop engagé au sein des fourrés. Il ne pouvait manœuvrer. Ils s’élançaient, en un discordant concert de cris et d’imprécations. Leurs archers le criblaient de flèches, de ces flèches barbelées, au bout en arête, qu’on ne retire qu’au prix de sa chair. D’autres assaillants lançaient leurs javelots, à la pointe barbelée comme celle des traits, et aussi perfides qu’eux. Le reste se précipitait, l’épieu ou le court poignard de silex à la main. Les épieux fouillaient les chairs. Le silex lancéolé les lacérait. De rose, l'avenir s’était fait rouge et noir. Il avait saisi son arme ; il s’était jeté contre l'ennemi au sein ardent du combat.
     Était-ce l’ivresse du sang, cette fureur qui l’avait envahi ? Quel nom donner au tourbillon auquel il s’était livré ? Il avait frappé. Sa lame avait fouillé des ventres ennemis, tranché des gorges forcées à s’offrir par sa rage homicide. Tue, tue, tue ! Ce cri résonnait dans sa tête... S’il ne devait se taire qu’à la mort du dernier ?
     … Et tout était devenu noir.
     Il s’était réveillé... plus tard. C’était toujours la même nuit, striée d'écarlate. Un horrible silence régnait, à peine rompu par les cris des choucas. Il avait tenté de bouger. Si ses muscles répondaient, une pesanteur à lui interdire de se mouvoir jamais écrasait ses épaules.
    Il avait fini par se libérer un bras. Moitié poussant, moitié tirant, il s’était ouvert une trouée. Il agitait sa main. Le vent soufflait dessus. Il devait mieux écarter, ouvrir plus larges ses paupières collées.
     Le vague souvenir lui revenait, par bribes légères, effilochées comme les petits nuages de beau temps, d’un fait important, grave, tragique. Il y avait sans doute pris part. Pourquoi était-ce si flou, si ténu ? Pourquoi sa mémoire restait-elle engluée, captive, comme lui de cet amas de corps sanglants ?
     Ces corps ! Les questions étaient inutiles. Il avait fini par ouvrir les yeux. Bien à tort. Un tel carnage ! Il commença à se dégager du charnier où il était resté – longtemps ? – enseveli. Il y voyait enfin clair. En quelques mouvements, il se sortit du monceau de cadavres des siens et aussi, grâces aux dieux ! de leurs ennemis.
     Debout, il examinait le charnier. Guerriers, vieillards, femmes, enfants, ennemis, étaient entassés. Comment n'avait-il pas étouffé ? Il respira un grand coup. Était-il blessé ? Sa peau ! Rouge sang ! Il avait été écorché vif ! Mais il ne ressentait aucune douleur... Ce n’était que du sang répandu. Il avait été si peu écorché qu'on lui avait laissé ses vêtements. Il se palpa. Les Muets, au dire des vieillards gardiens des traditions, mutilent leurs victimes. Ils leur coupent les oreilles – ils s’en font des trophées – et la virilité – ainsi diminuées, elles n’oseront venir réclamer vengeance auprès des dieux. Au mieux, ils les dépouillent et les dénudent. Voici qu’il était intact, du moins entier. Il se caressa la tempe. Sa chair était à vif ! On lui avait arraché l’oreille ! Il se détrompa. Cette plaie n’était que la trace du coup qui l’avait étendu à terre, raide comme bâton, le laissant encore abasourdi.
     Il continua à se tâter. Il n’avait rien de grave. Comment, à la différence des siens, avait-il pu être épargné ? Blessure bienvenue ! Le laissant pour mort, elle lui avait sauvé la vie.
    Il revint au tas de cadavres qui l’avait protégé. Au moment de l’assaut final, ils s’étaient regroupés, faisant le dernier carré autour de lui. Ils lui étaient tombés dessus, le masquant à la fureur dépeceuse de l'ennemi. Ces
maudits n’avaient pas, dans leur hâte, pris le temps de les retourner pour s’emparer de tous leurs biens. Ils avaient paré au plus pressé, ne s’attardant à dépouiller et à mutiler que les mieux vêtus et ceux qui semblaient commander. En auraient-ils eu le loisir que, devant son aspect, ils y auraient renoncé. Sa fourrure miteuse était indigne d’un butin ; ses oreilles, ourlées comme celles d'une femme, pas plus dignes de figurer parmi des trophées. Le contenu des chariots et les ornements pris sur les chefs, à eux seuls, justifiaient les risques de cette attaque loin de leurs bases. Ils ne s’attarderaient pas pour une vieille peau pleine de sang et le douteux plaisir d’essoriller un gamin. Ils devaient partir, vite, ne prenant que le temps d'honorer leurs morts.
     Il tomba à genoux. Le message des dieux était clair. Ils l’avaient laissé vivre pour laver l’affront. Ils avaient ordonné. Il obéirait. À l’instant.

     Il se pencha, observa les traces. Celles des chariots étaient profondes. Aucun risque, sauf pluie violente et prolongée, de les perdre. Il leva le regard vers le soleil. Il était resté évanoui pendant trois de ses pas. Il huma les bouses encore chaudes laissées par les bœufs de trait. Les derniers massacreurs étaient partis depuis trois, voire quatre, fois moins longtemps.
     Il l’avait vérifié par une foule d’autres détails, s’était de même assuré de leur nombre et de leur route. Les leçons apprises, dès sa prime enfance, des hommes d’âge et de savoir, avaient afflué. Ils avaient mis leur ultime fierté, employé leurs ultimes forces, à le transmettre et à former la jeunesse avide de les égaler. Leurs efforts n’auraient pas été vains. Elles lui avaient profité...

     Il s’était mis à courir. Là où il dirigeait ses foulées, il trouverait un clan de guerriers de sa race. Il lui ferait le récit de son malheur. Il lui demanderait vengeance. Pourvu qu'elle soit puissante et riche en hommes forts et vaillants ! Ses assaillants avaient eu de lourdes pertes. Leurs rangs comptaient nombre de blessés. N’importe ! Il lui fallait la meilleure troupe. Il n’allait pas mener un raid. Il allait faire payer le prix du sang.
     Il courait. Le soleil était toujours plus bas, les ombres toujours plus longues. Il courait. Bientôt la nuit – où nul n’ose se déplacer par crainte des puissances hostiles qui y rôdent ; où la vie, comme les hommes, est assoupie – viendrait. Les muscles de ses jambes n’étaient plus que douleur ; son souffle, un brasier desséchant. Il courait. Il courrait jusqu’à ce qu’il rencontre des frères, et qu’ils lui fassent le serment de venger les siens. Après, il serait toujours temps de songer à la souffrance... Après.
     La pluie vint lui rafraîchir le gosier, une pluie battante, circonscrite, d’autant plus forte qu’elle n’arrosait qu’une faible surface. Elle ravina le sang séché sur son visage, lava les failles où il s’était craquelé ; les îlots noirâtres qu’elle laissa sur sa peau bronzée lui firent un masque plus sinistre encore. Cette ondée était une aide des dieux. Il respirait mieux. Sa course reprit une ardeur nouvelle. Malgré la tombée de la nuit, il continuerait, quitte à en affronter les forces mauvaises... Se soucier de piteux démons, quand l'attendait la vengeance !
     Courir, courir encore, courir à en mourir. La nuit était tombée depuis au moins un pas de la Brillante. De quoi désespérer. Les dieux, pourtant, désiraient que son clan soit vengé. Il avait compris. Ils le voulaient lui aussi. Il n’aurait que le temps de mettre les siens sur la piste de ses assaillants... Si c’était leur prix !
     Cachés jusqu’alors par une petite levée de terre, des feux apparurent au loin. Ils l’avaient exaucé. Il avait trouvé un camp... de son peuple, il le fallait ! Il se dirigea vers eux.
    Soudain, des abois retentirent. Des molosses se ruèrent sur lui, mâchoires à tout déchirer. La pluie battante pouvait avoir lavé son visage, il semblait une pièce de viande. Ils allaient le dévorer. Un ordre retentit. Ils se mirent à l’arrêt. On lui cria de ne plus bouger.
     Il reconnut les mots. Il était arrivé. Tout était bien. Les dieux pouvaient le prendre.
     Mais qu’ils le laissent, avant, délivrer son message !
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