Due volte già, il capo dei suoi ospiti lo aveva ascoltato. Non era ancora soddisfatto. Continuava ad interrogarlo, a premerlo di questioni, avide tutto per comprendere, attenti a non lasciare nessun filo del groviglioso attacco. Ogni punto poteva contare.
     Tentava di avere una risposta a tutto. L'ospite aveva a cuore di compiere il suo dovere di vengeance. Farebbe di tutto per aiutarlo a condurrlo a buon fine. Altri guerrieri, sedute ai suoi lati, tendevano l'orecchio. Essi avevano a loro volta anche, dalla loro questioni. Alcune sembravano strane, innocenti, o stupide, ma ciascuna si giustificava... Tutte dimostravano il loro senso e della loro scienza del combattimento.
     Si sentiva bene. Gli dei lo avevano esaudito. Quelli a che lo avevano condotto conoscevano l'arte della guerra più di quanto nessuno, la gradiva e, a differenza della maggior parte, non sarebbe stata gente da partire alla cieca. Non era stato i loro aspetti gaudenti, si sarebbe creduto di fronte a Thonros e la sua truppa.
     Ma il dio dei combattimenti non avrebbe avuto bisogno di chiedere tutte queste precisazioni, di chiarire tutti questi punti. Non avrebbe avuto ai suoi lati un guerriero che faccia colare per terra la metà del suo idrometro, né un altro moccio al naso, pulendoselo dell'impugnatura dopo ogni aspirazione. Che importa! In mancanza di essere qui, aveva messo sulla sua strada un'elite armata. Ciò si vedeva alla bellezza della loro obbedienza, presso che l'oggetto del suo desiderio sembrava una impurità, ed all'abbondanza dei gioielli che adornavano il loro collare ed i polsi. Che non avevano mai conosciuto la sconfitta.
     Tali uomini non temono nulla. Non è senza fremere - non del timore, ma del piacere anticipato dello schiacciamento dei suoi boia - che intese il loro capo ordinare ai suoi di partire ricongiungere i clan vicini: Bottino considerevole e sangue da lavare li attendevano. Vigliacco ed indegno che non si aggiungerebbe a lui! Partirono nella notte. Ritornò alla sua idea prima. Sotto la maschera comune della natura umana, gli dei della guerra erano dinanzi a lui. Che importava la sua morte! La sua vendetta sarebbe compiuta.
     ... Ma c’é un dio che vi dice, si pizzica il naso, il cadavere che puzza, e di andare a lavarsi? C’é un dio che vi lascia una brocca di idrometro e vi consiglia di berlo a piccole sorsi per non soffocarsi? Gli dei non mostrano questa sollecitudine. Era vivo! Dinanzi a lui, sorridendo, si teneva il vendicatore dei suoi, la peste dei loro assassini. Ne non dubitava più. Uomo, dio, li farebbe espirare.

     Esaurito dalla sua corsa, aveva dormito. La stanchezza lo aveva colpito. Il suo timore di sognare non aveva potuto a impedirgli di immergere nel sonno. La sua notte era stata calma, senza sogno. Se l'orrore della sua prova avesse tagliato in lui questa facoltà giammai? Nulla di meglio gli avrebbe potuto arrivare. La prospettiva di riviverla ogni notte era troppo spaventosa.
     Il sole era già alto. Il rumore d'attività furiosa lo aveva svegliato... O, forse, il buono odore di carne arrostita, il cui piatto riempito all’orlo troneggiava al lato del suo letto. Si era gettato sopra, sotto gli sguardi metà-ironici, metà-inteneriti di due colossi in fondo alla tenda. Erano i custodi di armi del signore della truppa così occupata... E, nonostante il loro brutti aspetti, di teneri cuori. Mai un uomo vile o crudele non sorride all'appetito di uno afflitto. Pur avvenendo la mano sul viso, loro sorride. Scoppiarono dal ridere. La sua barba nascente e rara era sparsa di grumi di sangue secco. Condivise il loro ilarité. La sua testa era così propizia a spaventare i bambini che a divertire i guerrieri, che si vantavano di non spaventarsi di nulla.
     "Siamo pronti." Noi attendiamo soltanto i nostri vicini! "Il suo ospite, già tutto bardato, equipaggiato per il combattimento, era appena entrato nella sua tenda." Arrugò le sopracciglia. Perché questo tono rispettoso? Ah sì! Solo superstite guerriero di un clan, diventava con ciò anche suo re e capo, l'uguale di quello di cui sollecitava aiuto e vendetta. Che debba prima di tutto mettersi sotto la sua protezione ed integrarsi al suo clan aveva di bello di non avere alcun dubbio, erano per il momento sullo stesso piede.
     Si alzò. Pur lavandosi il viso, discusse con lui. Del tono che si immaginava quello di un capo, si informò delle sue forze... Bello spiegamento! Poteva essere soddisfatto. Nessun Muto sfuggirebbe alla loro giustizia. Avevano il numero, la volontà, la sorpresa. Gli altri avrebbero soltanto il carico pesante del bottino.
     Il capo gli propose una tunica ed un abito nuovo. Rifiutò. Si era lavato il viso. Si rammaricava già. Era irrispettuoso verso i suoi morti. Non doveva ancora lasciare i suoi abiti insanguinati. Aspetterebbe di avere vendicato i suoi... Pazienza. Anche se occorressero degli anni. Li conserverebbe a marcire su lui. Nessuno si oppose. Ne cambierebbe presto.
     Accettò in compenso molto volentieri un cavallo - tutti andrebbero così, i capi a maggior ragione -. vi farebbe buona figura? Ne aveva montato soltanto in occasioni rare e brevi. Erano riservati ai guerrieri confermati. Dovrebbe tuttavia tenere sulla sua parte posteriore, e con orgoglio. Cosa penserebbero di lui, altrimenti, il capo vendicatore, i suoi compagni, tutti quelli destinati alla riscossa a lavare l'affronto alla sua tribù e, attraverso essa, al suo popolo? Perché il suo animale comprenda la sfida. Aveva fiducia. Non è un animale dei nobili.
     Una truppa numerosa, agguerrita, di corazzieri fieri e solidi. Benedetti i dei di avergli offerto tali campioni! Non sarebbe avaro né di elogi, né di regali. Cosa aggiungere alle sue azioni di grazia? Disperava di trovarli. Vedeva, un nuovo vantaggio, le armi al suo servizio. Parole, quante idee, gli mancavano per segnare quest'aggiunta di gratitudine.

     Uscendo di casa dove sono ospite, aveva tutto per essere soddisfatto. La truppa durante il pasto gli avevano descritto, tutti i dettagli per preparare la spedizione. Vedeva già i suoi nemici morti a suoi piedi. La visione di tutti questi guerrieri armati da capo a piedi, nulla diminuiva questa certezza. Lo avrebbe piuttosto accaldato a vuoto, come la sua determinazione. Quale festa quando questa truppa fonderebbe sui massacratori! Non avrebbero difatti avuto il tempo di approfittare delle sue spoglie ed elogiarsi del loro colpo.
     Nuotava in questa euforia rossa. Un grido era scaturito. Mille riflessi di luce, ardente da eclatare gli occhi, lo accecavano. Si adattarono... Doveva indovinare la fonte. L’emanavano da sopra i cavalieri. Solo il sole, riflesso sulle lame nude brandite per onorarlo era in causa. Osservò, attento, le spade risplendere di sua propria intenza luminosità.
     Rosse, le loro lame erano rosse, all’unisono dei suoi pensieri e dei suoi progetti. Voleva comprendere. Per avere così rinviato la luce, non potevano essere stato immerso nel sangue, né alcuna tintura. Questo rosso era il loro colore nativo.
     Quale roccia ardeva così? Il granato, forse? Non sono così grandi e, a questo conteggio, ogni lama varrebbe un anno di bottino. La risposta era altrove.
     Doveva risolvere questo dettaglio (non, c’era molto di più). I suoi occhi avevano cessato di ardere. Ritornò a suoi vendicatori. Studiò loro la strategia. Subito, seppe la tattica delle lame. Un grande rispetto verso loro lo afferra.
     Erano di metallo, pietra derivata dalle viscere della terra e forte come essa, suscettibile sotto la carezza-morso del fuoco di mille forme variate. Lo conosceva. Aveva appreso, nel corso delle erranze della sua tribù, che serviva a fare gioielli. Era - ciò lo aveva smarrito – era la prima volta che ne vedeva tanto, e sotto forma di armi. I suoi ospiti non erano dei. Che possiedono tali spade provava che non erano neppure uomini... No, non uomini ordinari. Cosa lui aveva fatto per, dopo avere subito una disgrazia estrema, ricevere tale regalo? Quale segno era su lui?
     Il suo sguardo si attardò sopra. Le loro lame sfilacciate facevano bene due bei silici testa a testa. Il loro allungo era impegno d'invincibilità. Di dove li tenevano? Che importava! Essi avevano saputo stare in disparte. Non si stupiva più della loro ricchezza. Tali attrezzi di morte, al servizio dell’audace, dell'immaginazione, del diritto, aprivano la porta della caverna ai tesori, tracciavano la via diritta alla fontana inesauribile.
     Dinanzi a questi gioielli guerrieri e le prospettive che offrivano, i suoi occhi splendevano di mille fiamme. Il suo viso ancora segnato dallo sforzo irradiava. I suoi vicini immediati se ne accorsero. Ne risero, metà beffardi, metà fieri di vederlo estasiare dinanzi alla loro potenza. Tremava, più eccitato che un guerriero partito solo per la stagione dei combattimenti che trova, dopo lune di svezzamento, la sua bella moglie. Il desiderio trasudava da tutti i suoi pori. Di fronte a loro, i Muti sarebbero piuma.
     Contemplarli, senza il piacere di non capire! Il capo comprese la sua emergenza. Tanto desiderio con l'ardore più bollente, non osava chiederglielo. Legato dalle norme incoronate dell'ospitalità, morirebbe che di esprimere il suo desiderio. Non lo lascerebbe più a lungo sulle brace. Prese uno dei suoi più belli, leggero e solido. Lui gliela tese.
     "Bagna abbastanza di sangue ostile, tu potrai conservarlo!"
     Il ragazzo lo prese. Il suo braccio piega. Che era pesante! Molto più di due silici. Si sembrerebbe... Era buon segno. La forza del metallo si manifestava con questo peso eccessivo.
     Descrisse una pendenza della testa. Le effusioni nei momenti di forte tensione, come prima di un combattimento santificato, non erano le maniere dei capi. Diventato tale per la peggiore delle occasioni, esagerava questa rigidità alla quale non era stato mai formato.
     "Puoi dirgli addio!"
     "Una lama data in buone mani, non è una lama persa! "
     Convenne. Se i Dei gli fossero propizi, la sua arma ucciderebbe più nemici che quelle dei migliori guerrieri. Per tenere questa promessa, si metterebbe, arguendo del suo nuovo rango, tutto in testa. Non lascerebbe nessun’altro portare il primo colpo.
     Il capo sarebbe onorato di costringerlo. Al suo posto, alla stessa età, si sarebbe condotto in ogni punto come lui. Ebbe un ultimo scrupulo. Se perisse nell'attacco? Aryamenos l'ospedaliero ne gli terrebbe rigore. Chi riceve deve proteggere l'ospite e non esporlo al pericolo.
     "Esporrmi al pericolo!" Ma lo voglio! Il dio della guerra sarebbe contrariato se non lo facessi; quello dell'ospitalità, più ancora, se ti opponessi!
     La risposta lo slegava del suo dovere di protezione a profitto di un altro, più forte, più sacro. Questo lo tranquillizza. Anche se, agli Dei non soddisfi, se periva, il suo sangue non ricadrebbe sulla tribù che la aveva lasciato perdersi. Era meglio così. Se esistesse un clan o parenti a che pagare il prezzo, ne aveva corso il rischio. Solo ed orfano, avrebbe soltanto gli Dei per vendicarsi. Nessuno oserebbe un atto che lo espone a una loro vendetta. Lui aveva avuto la preoccupazione spontanea di perservarsi. Era sorto per la sovranità. Ahimè solo i sacerdoti, per tradizione, vi avevano diritto.
     Dinanzi alla sua decisione, il capo rivalizo di generosità. Condurrebbero l'attacco insieme, in prima linea. Nessuno sarebbe frustrato nel suo desiderio di vendetta né in quello di mostrare le sue virtù guerriere.
     Avrebbe preferito battersi solo e dinanzi a tutti. Persistere in questa volontà offenderebbe il suo ospite. Nessuno chiama alla sua riscossa per esigere in seguito dell’attesa, dell’arma alla guaina, che abbia assopito la sua sete di sangue. Insisté. Che lo dimenticano! Si era messo tra le mani dei Dei. Non avevano nulla da temere se cadesse. Basterebbe che lo vendichino non lasciando nulla di suoi assalitori. La furia era a lui, la vendetta a tutti. Il cielo favorirebbe i suoi strumenti fino alla fine dei tempi.
     Il capo grugna. Si tacé. A che pro questo parlottare! Nella collera dell'attacco, parole e giuramenti andarebbero in frantumi a profitto del piacere di oberare il nemico. Si esige da un fiume in piena che rinuncia a devastare tutto?
     Abbassò la testa. Gli Dei perdonano tutti gli straripamenti di coraggio - uno di loro, gemello del signore celeste della guerra, vi presiede - ma gli uomini sono suscettibili. I suoi vendicatori volevano giudicarlo, sebbene coraggioso, tracotante al di là del tollerabile. Si riprese.
     "Mi sono male espresso. Ogni colpo portato sarà opportuno. Gli Dei non permetteranno che uno di noi perisca. "
     Il capo grugna nuovamente, con una sfumatura d'approvazione.
     Sollevò la testa. Aveva rapidamente rettificato il suo errore, ma non sapeva ancora bene ritenersi. Prima che il malore cadesse sulle sue spalle, nulla lo aveva preparato al suo rango attuale... La perdita di qualsiasi dei suoi lo aveva fatti Re. Esso non gli aveva fatto apprendere la maniera.
     Una tensione leggera esisteva. Una parola amiabile la farebbe cadere.
     "Affitto ancora gli Dei. Il vostro coraggio e le vostre armi renderanno la nostra vendetta più agevole! "
     Il capo sorride. Ne approfittò.
     "Andiamo immediatamente, o attendiamo gli altri?"
     " Il Re pregherà il cielo di favorire la nostra spedizione. Quello non sarà lungo. Non è un sacrificio. Invocherà il guerriero divino e gli dedicherà i tuoi Muti. Noi partiremo di seguito."
     " Che i tuoi amici non si attardano! Ardo di vendetta! "
     " Non inquietarti! I Muti vanno in serbo ai buoi. Andremo più rapidamente. Questa sera, saremo completi. Ci saranno quattro altri clan con noi. Cosa ne dici? "
     "Splendido! "
     "Sei clan (Ah, lo contava come un clan a lui tutto solo!" ... Perfetto, purché gli altri siano più numerosi)! I tuoi Muti! ... Resterà soltanto erba arrossita. "

     Fece una smorfia.
     "Sarebbero venuti senza ciò, ma per affrerttarli, ho promesso loro armi di metallo."
     Sembrava contrito. Cedeva una parte del suo potere. Il giovane uomo prese un tutt’altro viso. Cos’era il suo clan, dinanzi al loro popolo? Non c'era nulla a rammaricarsi, lontano di là.
     "Più avremo buone armi, più imporremo la nostra pace al nemico, più estenderemo, ancora ed ancora, il nostro potere e fama."

     "Sì, sì, forse.
     "... E coloro che hai ricongiunto lo aiuteranno nuovamente, parleranno nel ta favore nei consigli. Chi sa se non vorranno farti Re? Avranno visto che coloro che trattano le armi hanno la vera forza che viene dagli Dei.
     Il capo gettò uno sguardo furtivo attorno a lui. Purché il Re non abbia inteso nulla! Sopracciglia corrugate, una ruga preoccupata sulla fronte e si girò verso il giovane uomo. Queste parole carezzevoli di blasfemismo e di sacrilegio. Come i suoi orecchi, di averli uditi, la bocca del ragazzo, di averli emessi, non si erano carbonizzate immediatamente? Il che aveva dell’orrido. Come lui aveva potuto sputare tale orrore proprio quando partivano per battersi? Ne doveva parlare. Non ne ebbe il tempo.
     "I sacerdoti, nel nostro nome, hanno sempre sacrificato ai Dei. Dovevano ottene il loro sostegno, e con le loro si pregha gli Dei di deviare di noi gli attacchi. Il pericolo venuto, nonostante la nostra pietà ed il nostro coraggio, non hanno loro risposto. Non ho più fede in loro. Nel tua valore, sì! "
     " Sono morti. Gli Dei stessi, della loro carenza, li hanno puniti...

     "... E noi, innocenti, con!"
     " Tacete! Il nostro Re e gli altri sacerdoti sono pii. Prosperiamo grazie a loro... ed a me, il suo capo, a che garantisce il sostegno dei Dei guerrieri. Ogni volta che ne ho bisogno, gli porto un bue o un maiale grasso, e me lo garantisce. "
     " Insomma, fa ciò che dici? "
     " Abbastanza! ... "
     Si tacé. L'adolescente era più saggio di lui. Aveva detto in una frase ciò che considerava da anni e non osava esprimere. Era lui che, sotto la copertura del Re-sacerdote, decideva tutto fra i suoi. L'altro era soltanto il suo intermediario, il suo portavoce. Perché non se ne era reso conto prima? Lui arrivava spesso, in sua presenza, di lanciare un'idea, dimenticata alla fine di uno o due quarte da Brillare. Il Re sopravveniva allora, aizzando il villaggio. I dei gli avevano parlato. Ordinavano questo o quell’atto. Questo, come per azzardo, che egli aveva proposto... E questo altrettanto più rapido che era stato dei più generosi...

     Ciò che aveva pensato là? Non poteva scappare. Come cacciarlo dal suo spirito? Ritardare il momento di esaminarlo, forse? Che essi riuscissero, sarebbe bene in tempo... Non in questo momento, soprattutto no. I guerrieri e le loro armi avevano di bello essere forti, nessun aiuto spiritoso doveva essere trascurato... In seguito? ... Nulla meglio dei sacerdoti non sapeva parlare ai dei. Ne erano essi nella migliore posizione per camandare agli umani? Questo pensiero, almeno, non era sacrilego. Il Re è il più degno, il capo il più coraggioso. Lo stesso uomo poteva essere due.
     La riflessione verrebbe più tardi. Posto all'azione. Allontanerebbe i pensieri-blasfemi; a l’occorrenza, li laverebbe nel sangue. Quello sarebbe il segno. Che l'ospite perisca, tutto ciò che egli aveva detto e fatto sorgere sarebbe dimenticato a mai. Altrimenti... L'ambizione è una virtù di guerriero. Può illustrarlo più che nessun altro.
     Il Re arrivò. Il ragazzo non lasciò comparire nulla della sua diffidenza, il capo del suo turbamento. Lo salutarono con ostentazione. Li invitava all'appello della protezione divina. Quest'ultimo finito, partirebbero.
     Lo seguirono. Sapeva l'urgenza dell’azione. Accorciò al massimo il suo discorso. La morte dei nemici soddisfaceva ai dei. Bastava chiedere il loro aiuto. Feste e festeggiamenti avrebbero luogo in seguito. Esse sarebbero lunghe.

     Deux fois déjà, le chef de ses hôtes l’avait écouté. Il n’était pas encore satisfait. Il continuait à l’interroger, à le presser de questions, avide de tout comprendre, attentif à ne lâcher nul fil du lacs de l’assaut. Chaque point pouvait compter.
     Il tentait d’avoir réponse à tout. L'hôte avait à cœur d’accomplir son devoir de vengeance. Il ferait tout pour l’aider à la mener à bonne fin. D'autres guerriers, assis à ses côtés, tendaient l'oreille. Ils y allaient parfois, eux aussi, de leur question. Certaines semblaient étranges, anodines, voire stupides, mais chacune se justifiait... Toutes témoignaient de leur sens et de leur science du combat.
     Il se sentait bien. Les dieux l'avaient exaucé. Ceux chez qui ils l’avaient conduit connaissaient l’art de la guerre plus que personne au monde, et l’aimaient. Et à la différence de la plupart, ne seraient pas gens à partir à l’aveuglette. N’eût été leur aspect de bons vivants, il se serait cru face à Thonros et sa troupe.
     Mais le dieu des combats n’aurait pas eu besoin de poser toutes ces questions, d’éclaircir tous ces points. Il n’aurait pas eu à ses côtés un guerrier faisant couler par terre la moitié de son hydromel, ni un autre la morve au nez, se l’essuyant de la manche après chaque reniflement. Qu’importe ! Faute d’être ici, il avait mis sur sa route une élite armée. Cela se voyait à la beauté de leurs servantes, auprès de qui l’objet de son désir semblait une souillon, et à l’abondance des bijoux leur enserrant col et poignets. Il était douteux qu’ils aient jamais connu la défaite.

     De tels hommes n’ont peur de rien. Ce n’est pas sans frémir – non de crainte, du plaisir anticipé de l’écrasement de ses bourreaux – qu’il entendit leur chef ordonner aux siens de partir vers les camps les plus proches pour les rallier : Butin considérable et sang à laver les attendaient. Lâche et indigne qui n’oserait se joindre à lui ! Ils partirent dans la nuit. Il revint à son idée première. Sous le commun masque de l’humaine nature, les dieux de la guerre étaient devant lui. Qu’importait sa mort ! Sa vengeance serait accomplie.
     ... Mais est-ce un dieu qui vous dit, se pinçant le nez, que vous puez le cadavre, et d'aller vous laver ? Est-ce un dieu qui vous laisse un cruchon d’hydromel et vous conseille de le boire à petites gorgées pour ne pas vous étouffer ? Les dieux ne montrent pas cette sollicitude. Il était vivant ! Devant lui, souriant, se tenait le vengeur des siens, le fléau de leurs assassins. Il n’en doutait plus. Homme, dieu, il les ferait expier.

     Épuisé par sa course, il avait dormi. La fatigue l’avait assommé. Sa crainte de rêver n’avait pu l’empêcher de plonger dans le sommeil. Sa nuit avait été calme, sans rêve. Si l’horreur de son épreuve avait coupé en lui cette faculté à jamais ? Rien de mieux n’aurait pu lui arriver. La perspective de la revivre chaque nuit était trop effrayante.
     Le soleil était déjà haut. Le bruit de furieuse activité l’avait réveillé... Ou, peut-être, la bonne odeur de viande grillée, dont un plat empli à ras trônait à son chevet. Il s’était jeté dessus, sous les regards mi-ironiques, mi-attendris de deux colosses au fond de la tente. Ils étaient les gardiens d’armes du seigneur de la troupe si affairée... Et, malgré leur aspect de brutes, de braves cœurs. Jamais homme vil ou cruel ne sourit à l’appétit d’un affligé. Tout en se passant la main sur le visage, il leur sourit. Ils éclatèrent de rire. Sa barbe naissante et rare était parsemée de grumeaux de sang séché. Il partagea leur hilarité. Sa tête était aussi propice à épouvanter les enfants qu’à amuser les guerriers, qui se targuent de ne s’effrayer de rien.
     « Nous sommes prêts. Nous n’attendons plus que nos voisins ! » Son hôte, déjà tout harnaché, équipé pour le combat, venait d’entrer dans sa tente. Il haussa les sourcils. Pourquoi ce ton déférent ? Ah oui ! Seul guerrier survivant d’un clan, il devenait par là même son roi et chef, l’égal de celui dont il sollicitait aide et vengeance. Qu’il doive avant peu se mettre sous sa protection et s’intégrer à son clan avait beau ne faire aucun doute, ils étaient pour le moment sur le même pied.
     Il se leva. Tout en se lavant le visage, il discuta avec lui. Du ton qu’il s’imaginait celui d’un chef, il s’enquit de ses effectifs... Beau déploiement de forces ! Il pouvait être satisfait. Nul Muet n’échapperait à leur justice. Ils avaient le nombre, la volonté, la surprise. Les autres n'auraient que le lourd fardeau du butin.
     Le chef lui proposa une tunique et un plastron neufs. Il refusa. Il s’était lavé le visage. Il le regrettait déjà. C’était irrespect envers ses morts. Il ne devait pas encore quitter ses vêtements ensanglantés. Il attendrait d’avoir vengé les siens... Tant pis s’il fallait des années. Il les garderait, dussent-ils pourrir sur lui. Nul ne s’y opposa. Il en changerait bientôt.
     Il accepta en revanche très volontiers un cheval – tous iraient ainsi, les chefs à plus forte raison. Y ferait-il bonne figure ? Il n’en avait monté qu’en de rares et brèves occasions. Ils étaient réservés aux guerriers confirmés. Il devrait pourtant tenir sur son dos, et crâne, encore. Que penseraient de lui, sinon, le chef vengeur, ses compagnons, tous ceux appelés à la rescousse pour laver l’affront à sa tribu et, à travers elle, à son peuple ? Pourvu que sa bête comprenne l’enjeu. Il avait confiance. Il n’est animal plus noble.

     Une troupe nombreuse, aguerrie, de fiers et solides coursiers. Bénis les dieux de lui avoir offert de tels champions ! Il ne serait avare ni de louanges, ni de dons. Qu’ajouter à ses actions de grâce ? Il désespérait de le trouver. Il voyait, nouveau bienfait, les armes à son service. Mots, autant qu'idées, lui manquaient pour marquer ce surcroît de reconnaissance.

     Au sortir de chez son hôte, il avait tout pour être satisfait. Les gardiens d’armes lui avaient assez expliqué, tout au long du repas, le soin mis à préparer le raid. Il voyait déjà ses ennemis morts à ses pieds. La vision de tous ces guerriers équipés de pied en cap n’avait pas diminué cette certitude. Elle l’aurait plutôt chauffée à blanc, tout comme sa détermination. Quelle fête quand cette troupe fondrait sur les massacreurs ! Ils n’auraient guère eu le temps de profiter de ses dépouilles et de se vanter de leur coup.
     Il nageait dans cette rouge euphorie. Un cri avait jailli. Mille traits de lumière, violents à crever les yeux, l’avaient frappé. Il avait accommodé... Il devait en deviner la source. Ils émanaient d’au-dessus des cavaliers. Seul le soleil, reflété sur les lames nues brandies pour l’honorer était en cause. Il observa, attentif, les glaives luisant de son intense éclat.
     Rouges, leurs lames étaient rouges, à l’unisson de ses pensées et de ses projets. Il voulait comprendre. Pour avoir ainsi renvoyé la lumière, elles ne pouvaient avoir été plongées dans le sang, ni aucune teinture. Ce rouge était leur couleur native.
     Quelle roche rutilait ainsi ? Le grenat, peut-être ? Ils ne sont pas aussi gros et, à ce compte, chaque lame vaudrait une année de butin. La réponse était ailleurs.
     Il devait résoudre ce détail (non, c’était bien plus). Ses yeux avaient cessé de lui cuire. Il revint à ses vis-à-vis. Il s’attarda sur leur riche mise. Soudain, il sut la matière des lames. Un grand respect envers ses vengeurs le saisit.
     Elles étaient de métal, pierre issue des entrailles de la terre et forte comme elle, susceptible sous la caresse-morsure du feu de mille formes variées. Il le connaissait. Il avait appris, au cours des errances de sa tribu, qu’il servait à faire des bijoux. C’était – cela l’avait égaré – la première fois qu’il en voyait tant, et sous forme d’armes. Ses hôtes n’étaient pas des dieux. Qu’ils possèdent de tels glaives prouvait qu’ils n’étaient pas non plus des hommes... Non, pas des hommes ordinaires. Qu’avait-il fait pour, après avoir subi un malheur extrême, recevoir un tel don ? Quel signe était sur lui ?  
     Son regard s’attarda dessus. Leurs lames effilées, d’une longueur quasi double de celles des poignards de silex, leur conféraient, par leur allonge, une aura d’invincibilité. D’où les tenaient-ils ? Qu’importait ! Ils avaient su en tirer parti. Il ne s’étonnait plus de leur richesse. De tels outils de mort, au service de l’audace, de l’imagination, du droit, ouvraient la porte de la caverne aux trésors, traçaient la voie droite à la fontaine inépuisable.
     Devant ces bijoux guerriers et les perspectives qu’ils offraient, ses yeux brillaient de mille flammes. Son visage encore marqué par l’effort rayonnait. Ses voisins immédiats s’en aperçurent. Ils en rirent, moitié moqueurs, moitié fiers de le voir s’extasier devant leur puissance. Il tremblait, plus excité qu’un guerrier parti en solitaire pour la saison des combats retrouvant, après des lunes de sevrage, sa belle femme. Le désir exsudait par tous ses pores... . Face à eux, les Muets seraient plume.
     Les contempler, sans le plaisir d’en étreindre ! Le chef comprit sa détresse. Tout en le désirant avec la plus brûlante ardeur, il n’osait lui en demander. Prisonnier des règles sacrées de l’hospitalité, il mourrait que d’exprimer son souhait. Il ne le laisserait pas plus longtemps sur les braises. Il prit un de ses plus beaux glaives, léger et solide. Il le lui tendit.
     « Baigne-le d'assez de sang ennemi, tu pourras le garder ! »
     Le garçon le prit. Son bras fléchit. Qu'il était lourd! Au moins deux fois le poids de deux silex Il s'y ferait. C'était bon signe. Le force du métal se manifestait dans ce surcroît de poids.
     « Il esquissa une inclinaison de la tête. Les effusions, surtout dans les moments de forte tension, comme avant un combat sanctifié, n’étaient pas le genre des chefs. Devenu tel par le pire des hasards, il exagérait cette attitude à laquelle il n’avait jamais été formé.
     « Eh bien, tu risques pas de le revoir ! »
     « En de bonnes mains, un glaive donné n’est pas un glaive perdu ! »
     Il acquiesça. Si les dieux voulaient bien lui accorder cette faveur, son arme ferait couler plus de sang ennemi que celles de ses deux meilleurs guerriers. Pour tenir cette promesse, il se mettrait, arguant de son nouveau rang, tout en tête. Il ne laisserait à nul autre le soin de porter le premier coup. Il l'en avertit.
     Le chef serait ravi de l’obliger. À sa place, au même âge, il se serait conduit en tout point comme lui. Il eut un dernier scrupule. S'il périssait dans l'assaut ? Aryamenos l’hospitalier lui en tiendrait rigueur. Qui reçoit doit protéger l'hôte et ne pas l'exposer au danger.
     « M’exposer au danger ! Mais j’y tiens ! Le dieu de la guerre serait fâché si je ne le faisais pas ; celui de l’hospitalité, plus encore, si tu t’y opposais  ! »
     La réponse le déliait de son devoir de protection au profit d’un autre, plus fort, plus sacré. Elle le rasséréna. Même si, aux dieux ne plaise, il périssait, son sang ne retomberait pas sur la tribu qui l’avait laissé se perdre. C’était mieux ainsi. S'il subsistait un clan ou des parents à qui payer le prix du sang, le risque eût été acceptable. Seul et orphelin, il n’aurait que les dieux pour vengeurs. Nul n’oserait un acte qui l’expose à leur vindicte. Il avait eu le souci spontané de les en préserver. Il était né pour la royauté. Hélas seuls les prêtres, par tradition, y avaient droit.
     Devant sa décision, le chef fit assaut de générosité. Ils mèneraient l’assaut ensemble, en tête. Nul ne serait frustré dans son désir de vengeance, ni dans celui de montrer ses vertus guerrières.
     Il aurait préféré se battre seul et devant tous. Persister dans cette volonté offenserait son hôte. Nul n’appelle à sa rescousse pour, ensuite, exiger qu’on attende, l’arme au fourreau, qu’il ait assouvi sa soif de sang. Il insista. Qu’ils l’oublient ! Il s’était mis entre les mains des dieux. Ses amis ne devaient pas redouter l’ire divine s’il tombait. Il suffirait qu’ils le vengent en ne laissant rien de ses assaillants. La fureur était à lui, la vengeance à tous. Les puissances du ciel favoriseraient ses instruments jusqu’à la fin des temps.
     Le chef grogna. Il se tut. À quoi bon ces parlotes ! Dans la rage de l’assaut, paroles et serments voleraient en éclats au profit du plaisir d’écraser l’ennemi. Exige-t-on d’un fleuve en crue qu'il renonce à tout dévaster ?
     Il baissa la tête. Les dieux pardonnent tous les débordements de courage – l’un d’eux, jumeau du seigneur céleste de la guerre, y préside – mais les hommes sont susceptibles. Ses vengeurs allaient le juger, quoique vaillant, outrecuidant au-delà du tolérable. Il se reprit.
     « Je me suis mal exprimé. Chaque coup porté sera bon. Les dieux ne permettront pas qu’un de nous périsse. »
     Le chef grogna de nouveau, avec une vague nuance d’approbation.
     Il releva la tête. Il avait vite rectifié son erreur, mais il ne savait encore se bien tenir. Avant le malheur tombé sur ses épaules, rien ne l’avait préparé à son rang actuel... La perte de tous les siens, si elle l’avait fait roi, ne lui en avait pas appris les façons.
     Une légère tension subsistait. Un mot aimable la ferait chuter.
     « Je loue encore les dieux. Votre vaillance et vos armes rendront notre vengeance si aisée ! »
     Le chef sourit. Il en profita.
     « Partons-nous tout de suite, ou attendons-nous les autres ? »
     « Le roi va prier le ciel de favoriser notre expédition. Ça ne sera pas long. Ce n’est pas un sacrifice. Il va invoquer le guerrier divin et lui dédier tes Muets. Nous nous mettrons en route juste après.»
   
« J’espère que tes amis ne tarderont pas. Je brûle de me venger ! »
      « Ne t’inquiète pas ! Les Muets vont en chars à bœufs. Nous irons plus vite. Ce soir, nous serons au complet. Il y aura quatre autres clans avec nous. Qu’en dis-tu ? »
     « Magnifique ! »
     « Six clans (Ah, il le comptait comme un clan à lui tout seul ! ... Parfait, pourvu que les autres soient plus nombreux) ! Tes Muets ! ... Il n'en restera qu’herbe rougie. »
     Il fit une grimace.
     « Ils seraient venus sans cela, mais pour les presser, je leur ai promis des armes de métal. »
     Il semblait contrit. Il cédait une part de son pouvoir. Le jeune homme prit un tout autre visage. Qu'était son clan, devant leur peuple ? Il n’y avait rien à regretter, loin de là.
     « Plus nous aurons de bonnes armes, plus nous imposerons notre paix à l'ennemi, plus nous étendrons, encore et encore, notre pouvoir et notre renom. »
     « Oui, oui, peut-être. »
     « ... Et ceux que tu as ralliés t’aideront à nouveau, parleront en ta faveur dans les assemblées. Qui sait s’ils ne voudront te faire roi quand ils verront que ceux qui manient les armes ont la vraie force qui vient des dieux. »
     Le chef jeta un regard furtif autour de lui. Pourvu que le roi n’ait rien entendu ! Il se tourna vers le jeune homme, sourcils froncés, un pli soucieux au front. Ces paroles frôlaient le blasphème et le sacrilège. Comment ses oreilles, de les avoir ouïes, la bouche du garçon, de les avoir proférées, ne s’étaient-elles pas carbonisées sur-le-champ ? Il y avait plus effrayant. Comment avait-il pu cracher une telle horreur alors même qu’ils partaient se battre ? Il allait parler. Il n'en eut pas le temps.
     « Les prêtres ont toujours, en notre nom, sacrifié aux dieux. Ils devaient nous obtenir leur soutien, et par leurs prières détourner de nous les assauts. À l’instant du danger, malgré notre piété et notre courage, les dieux ne leur ont pas répondu. Je n’ai plus foi en eux. En ta valeur, oui ! »
     « Ils sont morts. Les dieux eux-mêmes, devant leur carence, les ont châtiés... »
     « ... Et nous, innocents, avec ! »
     « Tais-toi ! Notre roi et les autres prêtres sont pieux. Nous prospérons grâce à eux... et à moi, son chef, à qui il assure le soutien des divinités guerrières. Chaque fois que j’en ai besoin, je lui amène un bœuf ou un porc gras, et il me le garantit. »
     « En somme, il fait ce que tu dis ? »
     « Assez ! ... »
     Il se tut. L’adolescent était plus sage que lui. Il avait dit en une phrase ce qu’il ressentait depuis des années et n’osait exprimer. C’était lui qui, sous le couvert du roi-prêtre, décidait de tout parmi les siens. L’autre n’était que son relais, son porte-parole. Pourquoi ne s’en était-il pas rendu compte plus tôt. Il lui arrivait souvent, en sa présence, de lancer une idée, oubliée au bout d’un ou deux quartiers de la Brillante. Le roi survenait alors, ameutant le village. Les dieux lui avaient parlé. Ils ordonnaient tel ou tel acte. Celui, comme par hasard, qu'il avait proposé... Et ce message survenait d’autant plus vite qu’il avait été plus généreux ?
     ... Qu’avait-il pensé là ? Il ne pouvait y échapper. Comment le chasser de son esprit ? Retarder le moment de l’examiner, peut-être ? Qu'ils réussissent, il en serait bien temps... Pas en cet instant, surtout pas. Les guerriers et leurs armes avaient beau être forts, aucun secours spirituel ne devait être négligé... Ensuite ? .. Nul mieux que les prêtres ne savait parler aux dieux. Étaient-ils pour autant les mieux placés pour commander aux humains ? Cette pensée, au moins, n’était pas sacrilège. Le roi est le plus digne, le chef le plus vaillant. Un seul et même homme pouvait être les deux.
     La réflexion viendrait plus tard. Place à l’action. Elle éloignerait les pensées-blasphèmes et, au besoin, les laverait dans le sang. Ce serait le signe. Que l’hôte périsse, tout ce qu’il avait dit et fait naître serait oublié à jamais. Sinon... L’ambition est une vertu de guerrier. Il l’illustrerait plus qu’aucun autre.

     Le roi arriva. Le garçon ne laissa rien paraître de sa méfiance, le chef de son trouble. Ils le saluèrent avec ostentation. Il les conviait à participer au rite d’appel de la protection divine. Celui-ci fini, ils partiraient.
     Ils le suivirent. Il savait l’urgence de la poursuite. Il écourta au maximum son oraison. La mort des ennemis plaisait aux dieux. Il suffisait de demander leur aide. Fêtes et réjouissances auraient lieu après. Elles, seraient longues.

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